15 maggio 2012
Populismi diversi o “Dell’Ambiguità”: da Berlusconi a Beppe Grillo, passando per Vendola
Non credo sia una novità quella che – visto il modus operandi adottato – collochi Beppe Grillo nella categoria (purtroppo in Italia ormai estesa) dei populismi. Certo, perché il populismo può avere tante facce, apparentemente diverse tra loro ma sostanzialmente unite da certa sostanza assai pesante che permea quella che è la volontà del soggetto demagogico che di esso si fa promotore.
È stato populismo quello di Berlusconi, di carattere mediatico-dittatoriale e voyeuristico, un populismo che, in sostanza, non nascondeva di esserlo, anzi una voglia quasi esagerata (sia eticamente che esteticamente), esasperata ed esasperante, di mettere in mostra il proprio potere e la propria possibilità d’attuarlo, con la consapevolezza dell’assenza di argini che l’ostacolassero. Una dittatura non dichiarata, quella di Berlusconi, e proprio per questo assai più inquietante e pericolosa di certe palesi forme dittatoriali del passato.
Un populismo dove l’inno “Meno male che Silvio c’è” assurgeva a contraltare dell’inno nazionale, l’uomo che si è fatto da sé insomma sembrava concentrare nella sua grottesca figura umori nazionali di pessima qualità, le donne, la bella vita, le barzellette, il calcio, i nani (di fattura pessima se rapportati a quelli lynchiani o felliniani), le ballerine, le donnine pittate e le infermiere con sindrome amorosa verso la senilità del monarca. Il nome di un partito – di calcistica forma – ossia “Forza Italia”, un nome parlante, un’attrazione per quanti, privi di coscienza critica e memoria storica, non sanno che pesci pescare nel guazzabuglio ironicamente drammatico del paese nonché offensivo verso quelle poche menti pensanti che ancora si elevano al di sopra della regnante melma.
Populismo estetico, gridato, eroicamente mediatico nel creare il mostro (ossia il comunismo) a solo scopo di ergersi a eroe, quasi un “sono io la chiave dei tuoi problemi, guarisco i tuoi mali (rossi aggiungiamo) vedrai…”, e si vende eccome il prodotto del Cavaliere, si mercifica come si mercificano i corpi, le idee, le azioni, le parole, nel suo paradossale e triste harem connotato di deficit umano, nonché dialettico-cognitivo, viste le presenza che l’affollavano e, sicuramente, l’affollano ancora. Colori plastificati e corpi imbambolati, neuroni neanche a parlarne, figuriamoci idee. Eppure, anche chi contro Berlusconi ha puntato il dito assai spesso, identificandolo nel male assoluto, a sua volta si è fatto promotore di una diversa e più intellettualmente sottile forma di propaganda populista.
Parlo dello pseudo-poeta Niki Vendola. un uomo che, maestro nella simulazione che lo vede eroe contrapposto al mostro, baluardo di certa retorica ecologico-culturale (ma assolutamente spuria) che gli fa sputare sentenze contro tutto e tutti, perché anche in lui vige il principio del “io sono la cura”, non si è minimamente posto il problema nell’affiancarsi a soggetti che definire ambigui è poco, ma lui non sapeva. Pasolini, che Vendola dice amare tanto, diceva “Io so”, Vendola non sa, pazienza.
Ebbene, anche Vendola, a suo modo, si è fatto portavoce di un populismo più refrattario, meno visibile, spalmato con la retorica della cultura, ma le masse urlanti di ragazzini che di politica e storia – ahiloro! – ben poco sanno, non sono mai mancate ai suoi comizi. Questo è un altro aspetto da non tralasciare dei processi populisti, ossia il preferire la quantità (le masse urlanti in preda al delirio per il demagogo-leader, poco importa se prive di spina dorsale eretta e di giusta e sana conoscenza politica, storica, culturale tout court) alla qualità (i pochi ma buoni).
Certo, qualcuno potrebbe dirmi che in pochi non si vince le elezioni, ma allora di che stiamo parlando, di sotterfugi adusi a quell’unico e solo risultato oppure di reale volontà di trasmettere al cittadino un minimo di manifestazione d’onestà? Progetti diversi, parole diverse, tipi di adorazione invocata diversa, ma populismo è quello del Cavaliere, populismo è quello del politico pugliese.
Non ci piove. Eppure l’uno vede il pericolo nell’altro, l’uno si erge a eroe perché il mostro è l’altro, l’Italia ammazza i padri e mai i fratelli.
Veniamo al terzo anello di questa inquietante catena, ossia Grillo e le sue “grillate”. Alla poco felice esternazione di qualche tempo fa, quando sostenne che il fisco strozza più della mafia, se ne aggiunge ora un’altra che sembra imbevuta nell’acqua sporca dell’ambiguità.
Dice Grillo ai suoi di non comparire in televisione, perché la loro è una politica che dev’esser fatta via web. Va bene, nessuno può condannare il “come” un soggetto intende svolgere la sua funzione politica ma, a me pare, questa indicazione nasconde qualcosa di più solido.
Mi spiego meglio. Se la scelta di Grillo contiene un’etica del messaggio e una voglia di non apparire per non mischiarsi alla melma mediatica, ben venga, tanto di cappello in questo caso.
Se così fosse sposerei subito le parole di Curzio Maltese apparse sull’ultimo “il Venerdì” di Repubblica: scrive Maltese “Grillo sa che il giorno in cui accettasse di sedersi sulla poltrona di un talk show sarebbe la fine della sua avventura. […] La tv è ormai un occhio che uccide. La novità del governo Monti è durata fino a quando non l’abbiamo visto sedersi nel salotto di Vespa sulle note della sigla. E poi, via col vento”. Bene, questo è quanto.
Ammesso e non concesso che le urla di Beppe “Strillo” siano anch’esse parametro populistico di concentrazione del potere in un unico individuo, la cosa che mi son chiesto appena ho sentito quest’ultima dichiarazione è stata: a maggior ragione che le elezioni si vincono per la quantità (e non la qualità) di gente che vota un determinato partito, Grillo si rende conto del fatto che adottando un “fare politica” solo via web, taglia fuori una fetta enorme di popolazione, mi riferisco ai post sessantenni che sul web non ci sono e a malapena sanno cosa sia?
Allora dove risiede l’inghippo? Qui viene fuori il populismo “grillino”. Ho dunque pensato: e se Grillo avesse ragionato nel seguente modo ossia “meglio tagliare fuori coloro che conoscono la storia del paese e le vicende politiche che in esso si son svolte e tenere sotto il nostro giogo – via web – i giovani e giovanissimi ormai lobotomizzati dalla rete”. Opzione possibile, a mio avviso.
Purtroppo una cosa è certa, non sapremo mai cosa naviga (se qualcosa naviga) nel mare cerebrale di un politico, ma è certo anche che in Italia tutti puntino il dito contro tutti e in realtà non si rendon conto di come il piatto dal quale si cibano sia lo stesso e la pelle sulla quale scaraventano il loro egoismo è la stessa, quella di un popolo purtroppo, a sua volta, ingenuo e inebetito sino all’inverosimile. L’uomo è riuscito nell’impresa titanica di ammazzare il mondo.
Giuseppe Ceddia
00:30 Scritto da: spesbari (Webmaster) in opinioni | Link permanente | Commenti (6) | Segnala
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13 maggio 2012
Elezioni amministrative, c’era una volta la Lega Nord: sotto le macerie spunta la ‘Ndrangheta
Le elezioni amministrative sono ormai alle spalle e, diatriba Beppe Grillo vs Giorgio Napolitano a parte, possiamo affermare che la Lega Nord da caso politico, culturale e sociale, si è trasformato in tragicomico caso geometrico. Norma vuole, infatti, che un cerchio non è trasformabile in un quadrato: tuttavia a volte la fantasia supera la realtà, visto che il fantomatico “Cerchio magico” bossiano è stato letteralmente deformato dalle inchieste giudiziarie.
La Lega Nord, creatura di Umberto Bossi e di conseguenza sua diretta emanazione, ha gettato la maschera: trasfigurandola sotto le sembianze del suo padre padrone, la Lega ha smesso i panni di movimento anti-immigrazione, anti-meridionalista, anti-romano e anti-sistema rivelandosi per quel che è sempre stato. Un’ingegnosa macchina del consenso che ha permesso a una ristretta cerchia (la geometria è di moda) di persone di arricchirsi e di vivacchiare alle spalle dei cittadini, servendosi per di più di coloro i quali sono stati pubblicamente additati come untori: i terroni.
È davvero singolare, dunque, assistere allo spettacolo dei ras leghisti a braccetto con un calabrese in odor di ‘Ndrangheta, ma è altrettanto sconcertante ricordare le levate di scudi da parte degli stessi leader di partito allorquando Roberto Saviano osò parlare della diffusione delle mafie nella sedicente Padania. Eppure, il voler nascondere sotto un gigantesco tappeto con ricamato il sole delle Alpi l’evidente presenza delle mafie nel nord Italia appariva già sospetto agli attenti lettori.
Un’ulteriore fonte di dubbio era anche la spasmodica ansia con cui i leghisti al Governo volevano ora federalismo fiscale, ora la dislocazione dei ministeri strategici, ora l’ottenimento (tramite i servigi del simpatizzante Giulio Tremonti) dei soldi necessari per incrementare le infrastrutture del territorio. Ricordiamoci, tuttavia, che a onor del vero la tanto decantata Padania e, in particolar modo, l’operosa e facoltosa Lombardia, sede del celebre raduno di Pontida, sia da decenni feudo incontrastato di una delle più potenti famiglie imprenditoriali con ramificazioni ovunque: i sicilianissimi Ligresti, ragion per cui quando si parla di economia di un certo peso, di padano rimane ben poco.
Torniamo al binomio Lega Nord/’Ndrangheta snocciolando alcuni dati statistici: secondo il rapporto Noi Italia dell’Istat, la Lombardia è al terzo posto tra le regioni italiane col più alto livello percentuale di percezione del rischio criminalità da parte delle famiglie, con un eloquente 32,2%. Dalla Lombardia passiamo alla Liguria, sottolineando un altro dato statistico: la regione si attesta al secondo posto, dietro la Calabria, per numero di persone denunciate all’autorità giudiziaria, con un’azione penale iniziata (1423,3 persone ogni 100.000 abitanti). A proposito di Liguria, è bene ricordare un interessante articolo di Narcomafie, scritto da Stefano Fantino e pubblicato il 27 giugno 2011, intitolato “Questa commissione non s’ha da fare?”.
L’articolo è incentrato sul caso emerso in quel di Ventimiglia, dove il sindaco di allora, nonostante la sua città fosse “da mesi al centro di notizie e indiscrezioni su probabili infiltrazioni e condizionamenti da parte della ‘Ndrangheta” aveva deciso di dimettersi “prima della probabile nomina di una commissione d’accesso da parte del prefetto”, adducendo il pretesto di voler lasciare per evitare che la città e i cittadini potessero subire “processi mediatici” immeritati. Che la presenza della criminalità organizzata in Padania non sia un’invenzione se ne sono accorti persino in Senato, allorquando lo scorso ottobre fu presentata un’interrogazione parlamentare circa l’inchiesta della DDA milanese sulle infiltrazioni della mala calabrese in alcuni centri della Lombardia.
I cittadini settentrionali, presi in giro e abbindolati dalla Lega Nord che ha saputo abilmente stuzzicarne gli istinti e le paure, cosa ne pensano della diffusione delle mafie nel proprio territorio, cosa ne pensano di tutti quegli imprenditori e quei politici locali che fanno affari con le cosche e i clan? Il dibattito è aperto.
Donato Capozzi
16:00 Scritto da: Admin in attualità | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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07 maggio 2012
Ipogei “Riccardo Mola” e di Torre Tresca, come degrado e cemento seppelliscono la storia di Bari
Il giro alla scoperta degli insediamenti rupestri e dei complessi ipogei nella città di Bari continua e, dopo la visita alla chiesa di Santa Candida e al villaggio della Caravella (entrambi in Lama Picone), è stata la volta dei complessi ipogei “Riccardo Mola” e di Torre Tresca. Come nella prima visita, anche in questo caso non si è potuto fare a meno di constatare da vicino il fenomeno dell’urbanizzazione e della cementificazione cresciuti a ritmi tali da inglobare questi patrimoni culturali.
Ciò che fa specie è osservare lo stato in cui versa soprattutto l’ipogeo di Torre Tresca: deturpato, violentato e sfruttato dapprima da una vicina cava di tufo, devastato poi in virtù dei lavori d’ampliamento della tangenziale di Bari. Una sorte analoga, si direbbe, a quella della chiesa rupestre di Santa Candida, menomata a causa dei lavori di sbancamento per l’allargamento della vecchia circonvallazione negli anni ’70.
In quanti, passando in auto a cavallo degli ultimi due decenni percorrendo via Camillo Rosalba in direzione di Carbonara e osservando i blocchi di cemento che negavano il transito dei veicoli in corrispondenza del mitico asse Nord-Sud, non hanno deplorato lo scempio di denaro pubblico e le lungaggini per la realizzazione di quell’importante asse viario? Ebbene, quando Sergio Chiaffarata (l’organizzatore delle escursioni, nonché appassionato e studioso) ha raccontato della sorte toccata all’ipogeo di Torre Tresca, il ricordo di quegli anni ormai passati s’è mescolato alla consapevolezza di come gli affari legati al cemento siano prepotentemente più urgenti rispetto alla tutela del patrimonio culturale locale.
Eppure basterebbe prestare attenzione alla storia di quei luoghi, per comprenderne l’enorme valore storico e sociale: la località Torre Tresca era una delle zone più disagiate della Bari di un tempo, popolata fino agli anni ’50 del XX secolo e caratterizzata dalla presenza di un villaggio, oltre che da una chiesa e dal suddetto complesso ipogeo. Il nucleo abitativo del villaggio di Torre Tresca è stato poi quello fondante dell’insediamento primigenio dell’allora nuovo quartiere San Paolo.
Partiamo con ordine: la prima tappa della scampagnata è l’ipogeo intitolato alla memoria dell’ex soprintendente Riccardo Mola. Il complesso, insistente in un terreno pubblico, è articolato, secondo lo schema tanto frequente nel territorio barese, intorno a un atrio scoperto circondato su tre lati da un criptoportico dal quale si accede agli ambienti interni.
Quest’unicum nella tipologia di scavo nel bacino del Mediterraneo faceva sì che gli ambienti sottostanti riproducessero quelli sovrastanti, prendendo a modello la villa romana. Abbiamo quindi un atrio, un criptoportico, un impluvium e un peristilio.
L’ipogeo Riccardo Mola, di recente scoperta, è circondato non solo da due bretelle stradali sovrastanti, ma anche da una recinzione. L’ipogeo presenta numerosi vani, alcuni collegati tra loro, di notevoli dimensioni.
Particolare attenzione meritano le volte, volgarmente definite tetti, poiché dalla loro forma architettonica si desume la datazione approssimativa: se la volta è a botte siamo in presenza di un ambiente più antico, se questa è piatta allora il vano è più recente. Passeggiando nell’ipogeo, almeno in quei vani abbastanza alti per camminare comodamente, si notano i segni delle lavorazioni di coloro che realizzarono il complesso.
È possibile notare anche la presenza di profonde fessure su cui erano state incardinate delle porte, oltre che la presenza di croci scolpite nel calcare in segno di devozione e superstizione. Ci si sente un po’ Indiana Jones quando si entra nel vano circolare della cisterna in cui si raccoglieva l’acqua piovana.
Questo è solo uno dei tanti ambienti in cui l’accesso è possibile solo strisciando, oppure camminando inginocchiati. Per grandezza e suggestione dei luoghi, oltre che per l’insistenza in un terreno pubblico, l’ipogeo R. Mola potrebbe tranquillamente diventare un attrattore turistico oltre che un laboratorio didattico: in questo caso, Sergio Chiaffarata ha ragione nel dolersi della scarsa attenzione da parte degli enti locali oltre che della Soprintendenza.
Proprio in virtù di questa mancata considerazione che si deve tornare a parlare dell’ipogeo di Torre Tresca.
Caratterizzato dalla presenza di un corridoio che immette in locali più interni, oltre che da un criptoportico che corre su tre lati, da vari cubicoli e ambienti destinati agli usi più disparati (cfr. F. dell’Aquila, A. Messina, Le chiese rupestri di Puglia e Basilicata, Bari 1998, p. 24), qui il degrado rischia di essere pari a quello della chiesa della Caravella.
Se lì negli ultimi tempi sono stati incendiati degli scooter, qui ci troviamo di fronte a cataste di rifiuti di ogni genere. Bottiglie di plastica, confezioni di mangime per gatti, vestiti e perfino peluche.
L’ipogeo è ancora popolato da qualcuno, nella fattispecie gatti e cani sfamati da un uomo solitario che s’aggira da queste parti. Il problema, tuttavia, è che la nobiltà d’animo di questa persona non è compensata dall’accortezza nel mantenere pulito l’ipogeo di Torre Tresca, un senso civico che l’evidente ignoranza (non nel senso dispregiativo, bensì nell’accezione di chi non sa o non conosce) non può garantire.
Ci chiediamo dove abiti il buon senso da queste parti, sottolineando come sia sottile il confine tra l’ignoranza di colui che ha insozzato quel sito e l’inazione degli enti locali e della Soprintendenza.
Donato Capozzi
13:08 Scritto da: Admin in cultura da riscoprire | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: complessi, ipogei, bari, torre tresca, riccardo mola | OKNOtizie |
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