21 aprile 2009
Trad(u)izione e comunicazione: narrativa, pellicola
Se tradurre è tradire, dobbiamo forse ritenere che la lettura, da noi affrontata, di un romanzo, un saggio, una poesia tradotti, non sia esattamente la riproduzione - non tanto delle parole - quanto del senso, del significato che è insito nell'opera in lingua originale?
Tanto si è discusso del trinomio traduzione-tradimento-tradizione soprattutto se rammentiamo la polemica classico-romantica, ma il senso di una traduzione è ancora quello di un tempo?
Il lettore dovrebbe, teoricamente, conoscere tutte le lingue del mondo (o almeno quelle utilizzate nella poesia di tutti i tempi, il greco e il latino, e poi il tedesco, il francese, l'inglese, lo spagnolo, l'italiano, il russo, ecc.) se realmente volesse non perdere il piacere della rima, la musicalità del verso, il tema trattato come vuole il poeta che compone. Impresa ardua. Da sempre l'uomo si accontenta di leggere anche i suoi autori preferiti tradotti. Ma quanto di essi perde? Molto, probabilmente, anzi sicuramente.
Di conseguenza se la letteratura è comunicazione, possiamo forse affermare che, essendo la traduzione un tradimento, un libro tradotto è falsa comunicazione o almeno comunicazione deviata? La logica del discorso, a mio parere, farebbe pendere la bilancia proprio verso il sì.
Infatti, è ciò che l'autore voleva comunicare al lettore nella propria lingua il parametro che viene snervato del suo essere, il lettore legge l'opera tradotta e crede, spera, di entrare nelle viscere dell'animo dello scrittore, ma così non è. Un italiano, verosimilmente, non potrà mai comprendere Goethe come un tedesco. Ci sono parole, tanto per rimanere nel settore della lingua tedesca, intraducibili in altre lingue, oppure traducibili ma private del loro significato essenziale (nel senso di "essenza" heideggeriana e non hegeliana) soprattutto nel settore filosofico. E allora?
In sostanza ogni autore viene forse compreso, per le tematiche che sono gli assunti-cardine della sua poetica, da pochissimi e sostanzialmente dai lettori della stessa lingua madre.
Soprattutto la poesia poi, più del romanzo, assume tradotta un'altra veste, si perdono le rime, si perde il ritmo. La storia insegna, a proposito, che in molti casi la traduzione di opere famose della letteratura mondiale soprattutto se affrontata da altrettanti scrittori, assume le caratteristiche di una ri-scrittura, di una ri-poeticizzazione dell'opera stessa. Cosa hanno fatto in sostanza Monti e Pindemonte nel tradurre i poemi omerici? Proprio questo. I poemi di Omero tradotti dai suddetti autori son diventati, a tutti gli effetti, opere ascrivibili alla penna di Monti e Pindemonte e non più di Omero.
La comunicazione tradita, dunque, dal filtro della traduzione. Ma stiamo parlando di scrittura, dunque dell'arte del narrare, del descrivere, del recitare ciò che si legge.
Cosa avviene quando la ri-scrittura o rielaborazione di un testo, o anche di un'idea, avviene servendosi di un mezzo ancor più - in senso odierno - comunicativo, ossia il cinema? Si entra nella comunicazione visiva, mobile, dinamica, atta a destrutturare ancor più il messaggio iniziale, è reso criptico l'asse portante della comunicabilità.
Nel lontano 1968 Stanley Kubrick, ispirandosi al testo di Arthur Clarke di vent'anni prima ossia The Sentinel, decide di girare il lungometraggio 2001-Odissea nello spazio. Un film straordinario, certo, ma quanto di falsato c'è nella pellicola se relazionata al testo scritto, quanta percentuale di spettacolarizzazione apporta Kubrick per rendere più fluido, dinamico, usufruibile il testo? La materia del libro, e anche del film, tratta un tema delicato, anzi più temi, la nascita, la vita, la creazione dell'uomo, lo spazio, la macchina che si ribella all'uomo, e tanto altro. Cosa vuole comunicarci il film? Cosa dobbiamo assorbire e cosa respingere del capolavoro kubrickiano che, nel 1968, ci faceva apparire il 2001 lontano anni luce e invece eccoci qua, otto anni dopo?
Strana la fantascienza, ti fa sperare nel futuro, poi il futuro è uguale al presente nel quale vedi il film o leggi il libro. Sortilegi dell'arte. Che comunica al lettore o a colui che guarda la sua verità, la verità del Rimbaud "veggente" che voleva rendersi mostruoso per la verità. Comunicare è verità soggettiva, è l'energia dell'individuo che, anche dicendo il falso, rende vero il falso, rende eccitante la mostruosità.
Il film. La scelta di Kubrick di utilizzare, tra i vari brani musicali del film, anche il tema di Così parlò Zarathustra di Richard Strauss (tedesco, che nulla centra con la famiglia omonima di musicisti austriaci) è un caso? Credo proprio di no. Infatti, il tema musicale è frutto della messa in musica derivante dall'ispirazione che, nel musicista, ha suscitato l'omonima opera di Nietzsche.
Il film si apre su scimmie che giocano con delle ossa. Una di queste brandisce un osso come una clava. È la creazione, è l'inizio. Il film si conclude con un feto. Percorso a ritroso? Anche, ma niente affatto scontato. È l'«eterno ritorno» di cui parla Nietzsche nello Zarathustra. Il filosofo tedesco spiega il concetto dicendo che non si tratta di partire da un punto per poi ritornarvi, bensì nel partire da un punto per poi farvi ritorno in modo differente. Un diverso in cui, insomma, è insito l'eguale. La musica è, nel film, il filtro di comunicazione tra noi e il regista, ma lo è stata anche tra Nietzsche e Richard Strauss, tra Kubrick e Strauss, tra Kubrick e Nietzsche tramite Strauss, tra Nietzsche e noi, tramite Kubrick, ecc.ecc.
La musica era presente nella poesia del "nietzschiano" Dino Campana, è presente nelle lezioni di letteratura che teneva Deleuze, altro post-nietzschano che sposava parola e musica elettronica durante le sue interminabili lezioni universitarie. La poesia di Campana fa pensare anche al cinema. Il cerchio si chiude, ancora l'eterno ritorno di colui il quale abbracciò il cavallo.
Comunicazione è bugia, è realtà velata. Comunicare non vuol dire necessariamente affermare il vero, probabilmente vuol significare che l'altro debba pensare sia il vero. Comunicazione è tradimento, se i filtri della comunicazione sono arti traditrici come la traduzione e la messa in immagini.
Comunicare è azione impossibile a non-compiersi. Siamo umani, siamo in "verità" sinceramente bugiardi o falsamente sinceri. Siamo ossìmori umani.
Giuseppe Ceddia
19:10 Scritto da: spesbari (Webmaster) in cinema e tv | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: kubrick, tradizioni, comunicazione, narrativa, tradimento, letteratura, poesia, film | OKNOtizie |
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